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Libreria mese per mese: proposte da e per genitori

VARIE

Gennaio 2015
"Storia di una lumaca che riscoprì l'importanza della lentezza" di Luis Sepùlveda
"È vero che non sono sicura di trovare il nuovo Paese del Dente di Leone.
È vero che non so dov’è, né quanto tempo impiegheremo ad arrivare.È vero che non so se incontreremo grandi pericoli e se arriveremo tutte.
Ma so che il nuovo Paese del Dente di Leone è davanti a noi e non alle nostre spalle. Io proseguirò. Voi potete venire con me o tornare indietro.»
Lentamente, molto lentamente, Ribelle riprese a muoversi e quando si voltò vide che tutte le lumache la seguivano.
Non provò orgoglio né la minima felicità.
In quel momento pensò che avrebbe preferito non essere seguita perché così sarebbe stata responsabile soltanto del proprio destino.
Le lumache avevano fiducia in lei e questo la spaventò molto, ma poi ricordò Memoria:
un vero ribelle conosce la paura ma sa vincerla, e lentamente, molto lentamente, continuò ad avanzare sull’erba".


Nel nostro mondo all’insegna della velocità bisogna ammettere che spesso è difficile non sentirci travolti da un fiume in piena, trascinati dagli eventi nell’unica direzione in cui l’acqua scorre. La volontà di fermarsi, o semplicemente rallentare, è pressoché annullata dalla forza della piena e seguirla è indubbiamente più semplice che opporvisi.
Nel racconto la sfida, quasi impossibile per delle lumache, consiste nello sfuggire alla costruzione di una strada asfaltata che rapidamente cancellerà il prato nel quale da sempre vivono.
Ma la lumaca che decide di salvare le compagne, intraprendendo una vera e propria missione a dispetto della sua lentezza, diventa emblema di una ribellione contro i luoghi comuni, emblema della presa di coscienza delle proprie forze e scoperta della propria determinazione interiore. Non a caso il nome che assumerà la protagonista, grazie all’incontro illuminante con una tartaruga, sarà proprio Ribelle: «quando un umano faceva domande scomode, del tipo: “è necessario andare così in fretta?”, oppure: “abbiamo davvero bisogno di tutte queste cose per essere felici?”, lo chiamavano Ribelle».
Ecco racchiuso in poche righe tutto il senso della storia.


Dicembre 2014
Il libraio annuvolato di Mauro Fogliaresi
"Avevo vissuto sino allora riparandomi come struzzo poi nel dolore ho rialzato la testa, in alto, trovandomi una nuvola come cappello da libraio annuvolato".

Scrivono soprattutto gialli i nuovi narratori, ma il vero thriller vive in città.
Aprono megalibrerie mentre scompaiono i vecchi librai.
Il libro è un lusso che richiede tempo per esser scelto e letto….
Per la proprietà il tempo è denaro…
Quanti librai finiscono licenziati….
Luca, il migliore è finito a fare il giardiniere e forse è giusto così, se insegna di più un albero che certi libri dell’ultima ora….
"il libraio annuvolato" è un libro sospeso che non finisce mai…
Dopo averlo letto, il lettore potrà… entrare nella vita dello scrittore, confermando quello che lui stesso sottolinea nell’incipit:
"la vita ha scritto di più di quanto io potessi fantasticare…".
(dalla quarta di copertina del libro)

Licenziamento.
Perdita del lavoro e di ogni sicurezza..
Panico…. oblio……
Una dimensione sconvolgente in cui, a un certo punto della propria vita, si ritrova catapultato, suo malgrado, l’autore. E’ da qui che sembra avere un nuovo inizio quella che pareva essere una vita ordinaria, quella di Mauro, il libraio.
Oppure è ad un altro modo di guardare, cambiato il punto di osservazione, che viene mostrata l’infinita straordinarietà dell’esistenza?
Porto con me il suo libro ormai da anni, come un prezioso compagno di viaggio, e sorrido nel pensare a chi, nel togliere certezza, ha inconsapevolmente donato a Mauro l’occasione per fertilizzare quel tempo vacillante e doloroso che lui ha definito "ozio creativo"….
Emanuela

Novembre 2014
I segreti delle orchidee di Mara Giglio (Milano 1977 - Bergamo 2014)   
«Vorrei essere rami di pino che il sole riscalda. O notte profonda che il tutto stasera ricopre. Vorrei esser vento e profumo d’incenso»

A Joyce

Se fossi cane
vivrei qui ed ora.
Hic et nunc.
Sarei puro istinto,

occhio che ride,
zampa che scava.
Sarei pura gioia,
inno all'erba fresca
ed all'acqua sorgiva.
Se fossi cane
vivrei qui ed ora.
Hic et nunc.
Mi chiamerei
Joyce
ed avrei orecchie di seta.

La prima cosa a cui si può pensare, leggendo i versi racchiusi in quest’opera, è che l’autrice sia riuscita ad avvertire un che di magico, di artistico, di poetico, di emozionante, laddove altri possono percepire soltanto un vuoto di senso, di significato. E’ una virtù, quella di riuscire a cogliere la bellezza lì dove altri scorgono poco o nulla.

“(..) quello che emana l’autrice sono onde positive. Con le sue descrizioni così nitide e semplici, delinea passi fondamentali dell’esistenza umana mettendo a paragone l’individuo di fronte alla natura: «Armoniosa architettura è la natura senza l’ombra dell’uomo» e vede gli alberi come delle «verdi colonne che ne sorreggono la volta» del cielo.
Una scrittura semplice ma raffinata agli occhi attenti del lettore. Nelle poesie corte, con versi brevi, nasconde molte tecniche poetiche tra cui le similitudini paragonando la Monnalisa alla luna, gli ossimori come «di che colore è il respiro mio?» ed i sinonimi che regalano meravigliose immagini al lettore come «la neve è la bianca danza», «le nuvole che formano un’azzurra coperta». Pensieri, emozioni, sensazioni mescolate agli attimi irripetibili della natura rendono la lettura molto fluida. In più, come ad incorniciare le poesie ci sono i disegni del pittore Michele Ciardulli, classe 1981.
Non ci sono critiche, non sono presenti aspetti angosciosi della società e non albergano timori o paure. Le poesie di Mara Giglio sono un porto sicuro per le menti dei lettori che vengono così rigenerate dai sapori e gli odori dei suoi versi che spesso si ripetono come se fossero ritornelli. La poetessa è visibilmente legata a Emily Dickinson, che omaggia nella prefazione e in una poesia, quasi come se fosse la sua musa ispiratrice.
L’autrice non ha lavorato solo nel settore giornalistico ma ha anche coltivato da sempre il suo aspetto creativo attraverso la danza, la musica, il cinema e la pittura. E ovviamente, è sin da giovane un’amante della poesia in ogni sua forma. Il suo amore per la natura nasce da una passione smisurata per gli animali e in particolare i cani e per il mare. Questo spiega la sua forte empatia con la natura”. (S. Stefanini - Recensione sul sito Kaleidoscopia, 2013)

OTTOBRE 2014

Sulla traccia di Nives di Erri De Luca

"Quando vedi dove finisce il viaggio, quei passi li ami, li aggiungi con il tocco di grazia con cui metti dei fiori a tavola in un giorno di festa. I passi che portano in cima sono stremati e però leggeri, sei al punto di massima usura del corpo, del massimo di perdita di peso, muscoli e cellule cerebrali, sei al ronzio di alveare nel tuo corpo, un rumore di fibre che si afferrano tra loro, compattano i tessuti: la cima finalmente. È il più certo dei limiti sul quale metti i piedi. Non so cos'è per un prigioniero il giorno di fine pena, cos'è per un malato l'arrivo dell'alba, cos'è per uno scrittore l'ultima parola del suo libro, ma deve somigliare alla cima, la promessa mantenuta al ragazzino che strepita in ognuno di noi".

"Tre alpiniste hanno già scalato undici di quelle immensità e si avvicinano al traguardo. La più forte di loro e di tutti i tempi si chiama Nives Meroi ed è italiana. Come posso stabilire la sua superiorità, visto che sta alla pari dei risultati delle altre due, una basca e un’austriaca? Perché Nives Meroi ha salito le sue cime asfissianti senza uso di bombole di ossigeno e senza impiego di portatori di alta quota, i climbing sherpa. [...] Dove più schiacciante è la superiorità della natura, lei e suo marito mettono in gioco il loro corpo e nient’ altro sostegno. Praticano regole di ostinata lealtà con la montagna. Le altre due alpiniste intendono diversamente l’impresa, una ha impiegato ossigeno, l’altra adopera portatori di alta quota che si sobbarcano di tutto il peso sulle spalle, scavano la piazzola, montano la tenda e fanno trovare il tè caldo già pronto". Così ha scritto Erri De Luca sul Corriede della Sera.
De Luca racconta attraverso Nives Meroi la montagna come metafora di vita e del mondo, racconta l’amore fra Nives e Romano, compagni di vita e di cordata, che arrampicano insieme da oltre 20 anni. Descrive le notti prima dell’ascesa alla cima, a 7000 metri sotto le tende; i momento di pericolo, di mancanza di ossigeno, di solitudine.
Un rispetto assoluto per le montagne e la natura, per l’ascesa ma anche per la discesa, per i compagni di viaggio.
Un dialogo/racconto tra il De Luca alpinista, camminatore, scrittore ma anche l’uomo di Lotta Continua e l’operaio che per molti anni ha lavorato in fabbrica, e la friulana Nives, nevi in latino non a caso.
E’ come se la montagna denudasse chi la scala, lasciando la pelle a contatto con il vento, il ghiaccio e la roccia.
Un libro assoluto, denso, pieno di vita e di libertà.



LUGLIO 2014

UNA TRAGICA PRIMAVERA – Luci e ombre nella Gera d’Adda di Roberto Fabbrucci

“Questa ricerca è nata per curiosità mentre preparavo un diario composto da racconti autobiografici e ricordi raccolti dai genitori e dagli anziani. Così mi sono imbattuto in quei tragici giorni, mai chiariti, della Liberazione a Treviglio e nella Gera d’Adda. E’ stato necessario partire dalla destituzione di Mussolini nel 1943 e rimettere assieme i frammenti della vita dei nostri padri e nonni fino alla primavera del 1945. Ho così scoperto una storia completamente sconosciuta, a me come agli stessi protagonisti, che ne possedevano solo brandelli, indispensabili però a ricostruire il puzzle”. (Roberto Fabbrucci)

L’idea di proporre a noi genitori, ma non solo, la lettura di questo libro è nata leggendo, non senza commozione, la dedica dell’autore a suo padre e a sua madre. Così scrive: “A mio padre Bruno e a mia madre Anna, che mi sono stati di esempio e nella loro semplicità hanno trasmesso alla famiglia e a quanti  li hanno frequentai, i principi di una cultura profonda, quella di una civiltà e di un’etica millenaria. Termini come dignità, onestà, dovere, rispetto, impegno, spirito di servizio, generosità, non erano consuetudine nel loro linguaggio, ma sempre presenti all’interno di ogni loro gesto e per tutta la loro esistenza”.
Leggere un libro è solitamente un qualcosa che induce a ricavarsi uno spazio proprio. Al contrario questo libro porta a "uscire di casa" per riappropriarsi di quella identità sociale che non mina l’individualità, ma la esalta, facendo riscoprire a ciascuno, attraverso le memorie di altri, l’importanza di avere un ruolo attivo della storia, ruolo in qualche modo sempre determinante degli eventi, anche quando viene percepito come apparentemente statico.
Un libro quello di Fabbrucci che, ben oltre ogni aspettativa, ha risvegliato coscienze sopite, senza però istigare inutili polemiche distruttive ma semplicemente fornendo uno spunto di riflessione e dialogo che si potrà concretizzare solo nel confronto collettivo in questo angolo di terra bergamasca.
Emanuela

Un libro per riscoprire la storia di Treviglio
Prefazione di Gianfranco Bonacina – Presidente CRAT
Il coraggio dell’obiettività
“(…) Un libro coraggioso che evita la tentazione dei ritratti manichei, a tutto tondo, dove ogni cosa ha un identico colore e il mondo si divide banalmente in bene e male, in buoni e cattivi, solo in virtù di una scelta preconcetta dell’autore. Che qui invece ha il coraggio e l’obiettività di scavare a fondo, non certo per il gusto di riaprire ferite, peraltro appartenenti ad un passato ormai settantennale, ma in virtù soltanto di un’onestà intellettuale e di un amore per la storia di una comunità e di un territorio, cui è molto legato e ha molto donato in termini culturali e partecipativi, fin dalla sua prima giovinezza. Anzi, scorrendo queste pagine, il lettore sente in cuor suo davvero cosa sia la “pietas” di cui parlavano i nostri antichi, l’amorevole comprensione per l’umana vicenda, la capacità di amare e rispettare il prossimo, indipendentemente dalle sue scelte soggettive e dagli slanci o errori, che l’hanno indotto a schierarsi da questa o quella parte “politica”. Settant’anni dopo, le cicatrici si sono ormai rimarginate e il coinvolgimento personale, capace di ottenebrare l’onestà di giudizio, è ormai “decantato”, almeno negli spiriti lungimiranti, cui sta principalmente a cuore conoscere la vera storia di una terra e di chi l’ha prima abitata, la storia dei padri e fratelli maggiori, dei nonni e antenati e non la sterile e pericolosa esaltazione acritica di luoghi comuni e giudizi di parte. (….)”

GIUGNO 2014
"Non ora, non qui" di Erri De Luca
"Essere al mondo, per quello che ho potuto capire, è quando ti è affidata una persona e tu ne sei responsabile e allo stesso tempo tu sei affidato a quella persona ed essa è responsabile per te".

Un libro fatto di immagini in cui l'autore si ritrova immerso nella sua realtà di bambino, circondato dalle case, dagli odori della strada, dai gridi delle donne; un libro fatto di quelle sensazioni infantili così intense che non vanno perdute, nel corso di tutte le vite: la mamma che moriva nel buio ogni sera, la balbuzie che impediva alla bocca di pronunciare le parole dettate dalla mente, la nausea provocata dal freddo che portava con sé, quasi congelato, il tanfo dalle case che si spandeva nel vicolo.
Il padre, figura silenziosa, appartata eppure presente, che sa ascoltare le parole confuse del bambino e rispondendo a una sua domanda gli dà l'insegnamento più prezioso: "Se tu sarai capace di stare senza attesa, vedrai cose che gli altri non vedono. Quello a cui tieni, che ti capiterà, non verrà con un'attesa".
La donna amata, "stanca di persone avventurose" che trova  la guarigione dalle ferite di una vita troppo complicata nell'affetto per il protagonista; quest'ultimo, a sua volta, nell'amore per lei ritrova il senso dell'esistere: "Sono stato una persona in questo mondo non solo per i primi dieci anni della vita, ma anche nei sette del matrimonio.
Essere al mondo, per quello che ho potuto capire, è quando ti è affidata una persona e tu ne sei responsabile e allo stesso tempo tu sei affidato a quella persona ed essa è responsabile per te".
E sempre, continuamente, ricorrente, l'immagine della madre. Una doppia immagine: una è quella della madre di allora, dell'adolescenza, viva e presente alla mente coi suoi racconti sulle brutture del mondo, coi suoi rimproveri, con la pretesa di silenzi lunghi, difficili dentro la casa, tanto più voluti quanto più il vicolo intorno era chiassoso; l'altra è in qualche modo presente, solo posta al di là di un vetro, ed è la madre dell'autore ormai anziano che la osserva non visto, che cerca invano di incrociare i suoi occhi e di cogliervi la consapevolezza di questa strana compresenza posta al di là della dimensione del tempo.
La vita è ferma, la vita è trascorsa... non si sa dove correre per rintracciare il filo del dipanarsi dei giorni: non c'è. Ci sono momenti di un'esperienza di vita da mettere insieme in modo disordinato ma chiaro, come illuminato dalla luce che in certi giorni filtra da nuvole alte.
Queste pagine, con la fissità delle immagini di cui parlano, sono immerse in una dimensione onirica, alogica o, meglio, pre-logica: parlano allo spirito, al cuore senza servirsi della mediazione della ragione e della dimensione temporale. Il passato riaffiora e affianca il presente, in un continuo tentativo di trovare un inizio, un contrasto, un senso d'appartenenza; e intanto la madre, la madre giovane dello scrittore lontano, guarda il figlio lontano che la osserva da dietro il finestrino di un autobus. Lo guarda per un attimo, ma non lo vede.
S. Polato

MAGGIO 2014
"MARE NERO - un romanzo di migrazione" - di Gianni Paris
"Noi siamo i rassegnati del Mediterraneo.
Quelli che hanno bucato il mare col loro carico di speranze.
Noi siamo i dimenticati dal mondo. Quelli che muoiono senza identità.
Noi siamo i neri coraggiosi.
Quelli che partono, nonostante l'evidenza di una rottura.
Noi siamo il concime per i pesci.
Quei brandelli che finiranno in una bancarella italiana.
Forse proprio a Lampedusa. [...]
Noi siamo una fotografia. In sospeso tra due continenti.
Nessuno ci vuole. Nessuno ci rivendica.
Nessuno sa o dice niente. Noi siamo l'indistinto.
Ognuno di noi non chiede più.
Osare non serve. Pregare neanche.
Lo vediamo nei morti. Io in Mohamed.
Nell'anima ascendente. Nel loro cattivo odore.
I morti puzzano insieme a noi. E noi ci svegliamo.
Beviamo la poca orina residua. Poi chiudiamo gli occhi.
Si dorme per non soffrire..."
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E' il 1° maggio 2011, domenica....Cammino lungo le mura di Città Alta, anzi sarebbe meglio dire che tento di camminare considerata l'enorme ressa di persone venute ad assistere al Soap Box Rally.... tra la gente si fa largo, con passo calmo, un giovane uomo di colore con dei libri tra le mani. Si avvicina e mi chiede con estrema gentilezza se ne voglio acquistare uno. Dò un'occhiata e scelgo Mare Nero di Gianni Paris: la migrazione narrata attraverso le esperienze delle persone che si imbarcano sulle carrette del mare per raggiungere le nostre coste. Per inseguire un sogno, il sogno di Vivere....
Guardo il ragazzo, gli chiedo di lui, il suo nome e quello dei suoi figli, se ha un lavoro, dove abita, se ha trovato difficoltà nel vivere qui; una brevissima conversazione, pacata e serena. Lui educatamente e dignitosamente dà le sue risposte, mi chiede due cose di me, io rispondo, parliamo di quanto sia importante leggere e dalle sue risposte intuisco che sui libri lui c'è stato parecchio, magari ha una laurea nel cassetto là nel Senegal.
Poi mi sorride e mi tende la mano, io gliela stringo forte e gli dico grazie! in bocca al lupo per la tua vita! Anche te, mi dice.
Se ne va via sorridendo, gli vedo le spalle meno curve... che gli ho dato? Un attimo di compagnia. Due parole come si fa con un amico. Un sorriso.
C'è una folla accalcata là sulle mura ma quell'uomo, Mohamed, si allontana tra la gente ed è solo, una solitudine che ho intuito nella profondità del suo sguardo quando mi parlava di casa sua.....
Lontano dalla sua famiglia, dalla sua terra, disoccupato, a tirar su due soldi con quei libri...e i sogni? Ce li avrà anche lui dei sogni, no?
E come fai a trovare la forza di realizzarli se non ti viene ridata la dignità di uomo, se vieni trattato con disprezzo solo perchè rompi le scatole alla gente chiedendo di comprarti un libro?
Un libro che vi invito a leggere, anzi a "navigare"....
Emanuela

APRILE 2014

SBIRRO MORTO EROE, le verità giudiziarie - di Maurizio Lorenzi (MaLo)
"Sono attonito e una punta di disperazione, moderata nel suo incedere, mi assale.
Non comprendo più il divenire degli eventi.
Mi gira la testa e poi, un attimo dopo, non mi gira più nulla anche se è chiaro che nulla gira più come dico io.
Rifletto sull'imponderabile, ma attimo dopo attimo, il dolore mi strazia.
Sono dilaniato.
Forse sono già morto".

Domenica 6 febbraio 1977, Autostrada A4, uscita casello di Dalmine.
Un tragico fatto di cronaca imprime indelebilmente sul freddo dell’asfalto l'ombra arrossata di due giovani vite stroncate, dilaniate, annientate dalla follia criminale: sono gli agenti della Polizia Stradale Luigi D’Andrea e Renato Barborini.
Risuona nella provincia e lungo tutto lo stivale l’eco del clamore, dell’incredulità, dello sgomento, dell’indignazione…. poi, come troppo spesso accade, il passare del tempo mette a tacere tutto, persino le coscienze. Ecco che, grazie anche al risalto che i media sanno accordare, i veri eroi, quelli coraggiosi e leali, si mescolano a vili assassini ammaliatori, a sedicenti banditi gentiluomini e i ruoli sembrano perdere ogni accettabile confine, fino a dissolversi nell’accettazione del male, anzi, nell’esaltazione del male.
Qualcuno, dopo quasi quarant’anni, ha deciso che fosse giunto il tempo di rimettere in ordine le cose, ognuna al suo posto. Un intenso lavoro di laboriosa ricerca, di minuziosa analisi delle carte, tante, con l’obiettivo di fare luce sulla versione dei fatti, nel modo più imparziale, sforzandosi di mantenere le giuste distanze emotive e stare, nonostante la divisa, al di sopra delle parti.
Ma non solo questo…. C’è molto, molto di più nelle pagine di questo libro. L’autore ha volutamente scelto di dare anima, sapore, colore e calore alle parole, che si tramutano così una presenza forte e palpabile. Una presenza che, con il suo sicuro ma schivo incedere a testa alta - un portamento che contraddistingue solo i veri Uomini - avanza già nelle prime pagine del libro, nelle vesti di quello che fu uomo irreprensibile, marito appassionato, padre affettuoso e poliziotto fedele fino all’ultimo respiro….. tutto ciò è stato Luigi D’Andrea, e tutto ciò continua ad essere nel cuore della moglie Gabriella, vivo e pulsante, in quell’immortale oggi, in quel presente d’amore tangibile che non si è mai dissolto nella traiettoria di quella pallottola sparata dalla mano assassina.
Emanuela

MARZO 2014
E' ORIENTE di Paolo Rumiz
"C'era la luna, la notte della vigilia. Una notte inquieta di cani e pipistrelli. Ho attraversato la città in scooter, l'aria era immobile e umida, lasciava sospesa una rugiada argentata.
Succedeva una cosa rarissima: i profumi del mare e quelli della montagna non entravano in conflitto, ma si armonizzavano senza sovrapporsi. Così ho attraversato  profumo di fieno e mare aperto, di cipressi e bagnasciuga, di pini marittimi e secca brughiera, il respiro delle acacie e l'odore della pescheria chiusa, e poi il droghiere, il macellaio, il panettiere. Era come se bucassi quel pulviscolo scavandovi un tunnel che aveva la forma del mio corpo".

.....a questo punto del libro ho pensato alla bellezza del viaggio: quello di noi genitori.
Il rimando choc è stato a quel momento in cui si passa dalla simbiosi al distacco, a volte doloroso, traumatico, quando ci si rende conto che "loro" ce la possono fare anche senza di noi, anzi, di più....che "loro" non sono "noi" e spesso capita che ci senta disorientati, bloccati...
Ma ecco la meraviglia, quella che per chi nella staticità dello sbigottimento sa starci solo giusto il tempo che serve....ecco accadere che il nostro profumo, ovvero la nostra identità, diversa da quella dei nostri figli (mare e montagna) iniziano stupendamente a coesistere, ciascuno con la propria unicità e individualità.
E il padre ritrova sè stesso/uomo, lasciando spazio al figlio/uomo.
Questo succede a Paolo Rumiz, giornalista, viaggiatore e padre, la notte prima della partenza. O almeno, questo è ciò che vi ho letto io in questo passaggio del libro e so che ciascuno di voi vi potrà leggere tanto e tanto altro.
Un libro nel quale l'autore ci racconta il "suo" Oriente macinando chilometri e che inizia proprio con il racconto di un viaggio a due, padre e figlio, Trieste-Vienna in bicicletta, alla scoperta di.............
Buona lettura!
Emanuela

ECCO UN'ALTRA PROPOSTA DI LETTURA,
SEMPRE LEGATA AL TEMA DEL VIAGGIO SU RUOTE... QUESTA VOLTA PERO' SONO QUELLE DI UNA CARROZZINA PER DISABILI:

MI GIRANO LE RUOTE di Angela Gambirasio
"Se in questo libro pensate di leggere la tragica storia di  una povera disabile afflitta da una malattia, emarginata dalla società e ai limiti del sostentamento economico, vi sbagliate di grosso.
A meno che non siate del Fisco. In tal caso devo ammettere che, in effetti, vivo una straziante sofferenza quotidiana fatta di solitudine e povertà.
Gli altri lettori si preparino a vedere sconvolta l’iconografia classica del disabile. Apprenderete come molti di noi non siano affatto candide vittime di un destino perverso,
ma esseri intelligenti che hanno escogitato sofisticati metodi di manipolazione mentale per ottenere il massimo vantaggio con il minimo sforzo.
Perché camminare, quando è così comodo farsi scorrazzare per mari e monti da ingenui bipedi deambulanti?"

(tratto dalla prefazione del libro)
Si tratta di un libro pieno di umorismo e satira, scritto e raccontato da Angela Gambirasio che, in prima persona, vive con una sedia a rotelle per compagna.
La sua forza accanto al suo realismo è contornata da quel dolce "ora vi faccio vedere io come voglio vivere la mia disabilità".
Barbara

 
 
 
 
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